STORIA E ALTRO

Dai Romani al Medioevo

La pax romana si esprimeva anche in avvenimenti minori. Quando una legione aveva l’ordine di stabilire un accampamento permanente dopo aver tracciato il piano generale, fra cardo e decumano, iniziava a coltivare, in un orto, lattuga e aglio. La seconda operazione per i legionari, se si prevedeva di rimanere molto a lungo, era l’impianto della vigna, affidata poi alle popolazioni locali, affinché si dedicassero al culto di Bacco. Da ciò l’estendersi della viticoltura in quasi tutti i territori dell’impero.
La vite era già conosciuta anche in Gallia, nelle cui province meridionali, con centro a Marsiglia, la sua introduzione era dovuta ai greci.
Se di là il vignoble sia risalito fino al territorio dell’attuale Champagne o se vi sia stato "imposto" dai romani è tema controverso, specie fra gli storici francesi: fra gli argomenti pro e contro vi sarebbe una citazione a favore del "già fatto" di Plinio (ritenuta però apocrifa da François Bonal, autore del più esauriente libro sugli Champagne pubblicato fino a ora Le livre d’or du Champagne mentre chi sostiene la tesi dell’apporto da parte degli invasori, segnala la mancanza di ogni notizia enoica nel De bello gallico di Giulio Cesare.
L’intervento romano, in Champagne come in tutto il resto d’Europa, si fa sentire pesantemente con il famoso editto di Domiziano, anno 92 della nostra era, che imponeva di sradicare le viti nelle colonie: protezionismo a favore dei vini italiani, ma anche, scrive ancora Bonal, politica economica per avere maggiori disponibilità di grano.
L’editto resta in teoria valido fino al sesto anno del regno di Probo, dal 276 al 282, quando l’imperatore lo revoca e dà ordine alle legioni di ricominciare a impiantare vigneti. Ma gli storici sono d’accordo nel riconoscere che, durante quei due secoli di proibizioni, ben pochi - specie in Gallia - obbedirono agli ordini, preferendo il rischio di essere puniti per una inadempienza, alla rinunzia di una bella bevuta. E già allora le sbornie erano considerate la logica conseguenza e il premio di una giornata d’intenso lavoro.
Il cristianesimo, grazie al sacramento dell’Eucaristia, sottrae il vino a Bacco e lo consacra sull’altare. Anche in seguito a questo si scelgono dei santi patroni per il vino: primo, fra tutti, San Vincenzo (Saint Vincent). È il protettore della Borgogna e viene spontaneo promuoverlo a santo di quei vigneti prima, e più tardi di tutti quelli di Francia, Champagne compresa (è Saint Loup, vescovo di Troyes, a promuovere l’iniziativa). Ma, ben presto, la regione ha un santo tutto suo: Rémi, eletto vescovo di Reims nel 470.
A lui si deve un miracolo enoico: il santo uomo consegna a Clodoveo, re dei Franchi, una fiasca - o un barilotto - pieno di vino, ovviamente di Champagne, garantendo che, finché re e cavalieri ne berranno, la vittoria sarà loro. Clodoveo beve e, gli uni dopo gli altri, sbaraglia Alemanni, Borgognoni, Visigoti e diviene re di tutta la Gallia: e il recipiente è sempre pieno, benché il condottiero e lo stato maggiore vi attingano abbondantemente.
Ma il vero miracolo, che salva dalla quasi certa distruzione i vigneti europei dalla "sacra furia" dei musulmani che aborrono il vino, avviene a Poitiers, il 7 ottobre del 732, quando Carlo Martello sconfigge definitivamente i Mori, provenienti dalla Spagna. All’inizio del nuovo secolo, sarà merito di Carlo Magno regolare, con i capitolari de Villis, anche l’attività enoica del Sacro Romano Impero.

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