STORIA E ALTRO
La fortuna dello Champagne

La fortuna dello Champagne

Per gran parte del XVIII secolo, il contrasto fra quanti vogliono lo Champagne "tranquillo" e quelli che lo preferiscono pétillant, continua, anche se, alla fine, sarà il secondo tipo a prevalere. Ma già allora si delinea, con chiarezza, la caratteristica fondamentale da cui avrà origine la diffusione, su scala mondiale, del vino: a produrlo e a venderlo non sono i vignaioli isolati, ma grandi famiglie il cui nome diventerà sinonimo di Champagne di qualità.
È un fenomeno che accomuna la nobiltà terriera e i possidenti oculati di molti Paesi: mentre il grano, gli altri cereali, i prodotti dei frutteti e dei campi sono venduti anonimi (fra le poche eccezioni, in Toscana, l’olio di oliva anch’esso "etichettato"), al vino del domaine si riconosce il privilegio d’essere insignito del blasone di famiglia, se c’è, o almeno del nome e di un simbolo della casata (durante la Belle Époque, Boni de Castellane trasformò in etichetta di uno Champagne "tenuto a battesimo" da lui, la casacca bianca con croce azzurra di Sant’Andrea dei suoi fantini). Oggi ancora, dai Domecq (a Jerez de la Frontera) ai Loredan (in terraferma veneziana), l’usanza continua: chi non ha un blasone vero e proprio, inserisce nello scudo l’iniziale, come fanno i Krug.
Nel 1728, autorizzando con decreto reale il trasporto dello Champagne in panieri da 50 e 100 bottiglie, Luigi XV ha posto la pietra miliare che segna l’inizio della commercializzazione. La Casa reale aveva dato il buon esempio: Madame de Pompadour, la Dubarry, il Cardinal Fleury e tutta la nobiltà apprezzavano oltre misura il vino pétillant. E nella Prussia federiciana, Voltaire poetava elogiando "Du vin d’Aÿ la mousse pétillante" che, sollecitando lo spirito e il cervello, ci apporta un fuoco "qui s’exhale en bons mots".
Nel XIX secolo le tecniche di produzione dei giovani e turbolenti vini, figli della terra di Champagne, si affinano ancora di più, portando il prodotto a quei livelli di perfezione che conosciamo. La voglia e la necessità di rendere il vino ancor più perfetto stimolano l’ingegno degli inventori: nascono così le prime macchine per automatizzare le fasi finali del dégorgement, del dosage e infine della tappatura.

La zona di produzione

 

La zona viticola dello Champagne si stende su 35.000 ettari di terreno, dei quali 31.042 coltivati a vigna e 30.147 in produzione nel 1999 (22.271 nella Marne; 5.803 nell’Aube, 2.034 nell’Aisne, 20 nella Haute Marne e 19 nella Seine-et-Marne). I filari delle viti di Champagne si susseguono su una fascia di terreno lunga 120 chilometri, con una larghezza compresa tra i 300 metri e i due chilometri.
Questo terreno si estende su quattro dipartimenti della Repubblica francese: Marne, Aube, Aisne, Seine-et-Marne, situati 150 chilometri circa a Nord-Est di Parigi. Il vigneto della Champagne si divide a sua volta in quattro zone di produzione: la Montagna di Reims, la Valle della Marna, la Côte des Blancs e i vigneti dell’Aube e dell’Aisne. Nelle prime tre si trovano i più famosi cru e cioè i vigneti che hanno precise caratteristiche e che producono quindi un ben definito tipo di vino.
Gli Champagne possono nascere solo qui e per diversi motivi: il clima bizzoso e instabile espone la regione ai forti venti atlantici che arrivano dalla Normandia, passando su Parigi senza incontrare altri ostacoli.
D’inverno la temperatura scende di parecchi gradi sotto lo zero e in primavera non è raro lo spettacolo di una miriade di stufette poste tra i filari, per mitigare l’effetto delle gelate primaverili e salvare così i primi teneri germogli dal gelo. In primavera è molto frequente infatti il rischio di qualche gelata ritardataria (per tutto aprile e persino in maggio) e quindi doppiamente traditrice, mentre in estate temporali improvvisi e rovinose grandinate tengono costantemente in stato di allerta i vignaioli. Ma questo clima così particolare, sempre poco al di sotto del livello di rischio, è anche la condizione irripetibile che regala una produzione di uva limitata nella quantità, ma eccezionale nel livello qualitativo: in Champagne maturano i grappoli con il tenore in esteri (i componenti volatili che conferiscono complessità al bouquet) più elevato del mondo.
Ma è il terreno la vera fortuna della Champagne: un insolito e unico insieme geologico creato dai sommovimenti succedutisi in 70 milioni di anni. Qui, in epoca preistorica, c’era il mare. Adesso vi sorgono colli alti non più di 200 metri (ideali per i vigneti) coperti da poche decine di centimetri di terra fertilissima. Subito sotto, uno strato di calcare particolare quasi bianco e di consistenza gessosa (caratterizzata dalla presenza di fossili marini di Belemnita Quadrata), consente il filtraggio dell’acqua in eccesso verso gli strati inferiori. Il gesso (craie) conserva così una umidità costante, come una spugna che venga mantenuta bagnata, e in più ha il pregio di immagazzinare il calore del sole e di restituirlo gradualmente e lentamente alle viti durante le notti, quando la temperatura scende.

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